Nato a Capodistria nel 1922 è stato allievo del Liceo »Combi«, si è laureato all’Università di Trieste. Scrittore, critico letterario e accademico, dapprima professore incaricato e poi professore ordinario di Letteratura italiana alla Facoltà di Magistero dell’Ateneo triestino, Maier ha svolto attività di insegnamento sino all’annno accademico 1989-1990.  E’ scomparso nel 2001. Profondo conoscitore di letteratura sia rinascimentale  che contemporanea è da molti considerato il massimo esperto dell’opera e della figura di Italo Svevo. Fra le sue principali opere letterarie il romanzo L’assente (Pordenone, Studio Tesi, 1994), ridotto quattro anni più tardi in pièce teatrale (dai registi Nino Mangano e Francesco Macedonio -che ha diretto la messa in scena del 1998, a cura del Dramma Italiano di Fiume, in collaborazione con la Compagnia della Contrada di Trieste). E’ stato presidente dell’Università Popolare di Trieste. E’ autore di svariati saggi e opere in campo letterario, in particolare per quanto riguarda le opere e gli autori istriani, così come di studi e ricerche sulla letteratura del gruppo nazionale italiano del’lIstria e di Fiume. Fra i suoi saggi più noti La letteratura triestina del ‘900 (Trieste, Lint, 1969); Saggi sulla letteratura triestina del novecento (Milano, Mursia, 1972) e La letteratura italiana dell’Istria dalle origini al novecento, (Trieste, Istituto Italo Svevo, 1996).

Assieme a Elvio Guagnini ha offerto supporto critico alla redazione della Rivista »La Battana« di Fiume, per la realizzazione, nel 1990, dei due numeri speciali dedicati alla »Letteratura dell’esodo«.

Queste pagine, scritte su insistenza dell’amico e collaboratore Elvio Guagnini per il numero speciale de La Battana dedicato alla letteratura dell’esodo, preludono alla stesura del romanzo  “L’Assente” nel quale, dietro lo schermo delle finzione narrativa, Maier ripercorre la storia della propria vita. “Case a Capodistria”, difatti, contengono  in nuce molti elementi del romanzo, evidenti specialmente nella descrizione della prima infanzia e dell’adolescenza, anni fondativi per la vita dello studioso.

Case a Capodistria

1930-1933

( … ) Il rione mi piaceva anche per l’odore salmastro che vi era diffuso: un odore che si univa a quello delle reti esposte all’aria aperta e, la sera, a quello del pesce fritto che quasi tutti mangiavano, con la polenta variamente gialla o bigia, e che emanava dalle porte delle case.  Specialmente di quelle piùà povere, dove l’uscio si apriva direttamente sulla ccina, spesso comunicante con la “canova” in cui si conservavano reti, vele, remi, “forcole”, timoni e molti oggetti in disuso. Anche i contadini avevano le loro “canove”, che contenevano botti e caratelli e le grandi, panciute macchine a forma di torrione che servivano per preparare il vino.  In questo rione il mare si vedeva, di intravedeva, e si sentiva da ogni parte; e io compresi subito che mi sarei molti divertito nei mesi estivi perché, libero da impegni scolastici, avrei potuto fare il bagno non negli appositi e non grandi stabilimenti, bensì, in piena libertà, davanti alla mia casa, dopo aver attraversato la strada e il prato già con il costume addosso. L’acqua era bassa, limpida e pulita: mi pareva quasi che mi aspettasse,