Nato nel 1931 a Quinto di Treviso; nel 1942 si trasferì con la famiglia a Dignano d’Istria (che egli considera sua terra di adozione, alla quale ha dedicato la maggior parte della sua narrativa), stabilendosi infine nel 1948 a Fiume dove ha lavorato come linotipista fino al pensionamento. Esordisce sulle pagine de “La Voce del popolo”, con il racconto “Il mio quadro” nel 1951. Il suo primo libro “I ragazzi del porto”, pubblicato dall’Edit nel 1954, sarà tradotto in tutte le lingue dell’ex Jugoslavia (diventando la prima opera italiana pubblicata in lingua macedone).

Fra le sue principali opere di narrativa vanno ricordate: »La veglia« (1969), »Tutti formich«e (1970), Campana a morto« pubblicato anche in edizione croata, Fiume, 1979, “Racconti dignanesi” (Lint, Trieste, 1981), “Zaino in spalla” (Edit, Fiume, 1996), “Racconti istriani” (Edit, Fiume, 1994”), “Terra rossa e masiere” (Edit, Fiume 2001, Premio Prato, Premio Latisana per la letteratura del nord-est, e nella traduzione in croato Premio della Contea Istriana per il miglior libro scritto sull’Istria nel 2001), “All’ombra della Torre” (Edit, Fiume 2003), “L’eredità della memoria” (Edit, Fiume, 2004), “Il ritorno” (Edit, Fiume 2006), “Storie di gente nostra” (Edit, Fiume, 2012).

La trilogia di cui fanno parte le opere Terra rossa e masiere, L’eredità della memoria e Il ritorno potrebbe venir considerata l’apice della produzione letteraria dell’autore. Nel 2012 fu premiato con la Targa d’oro con lo stemma della Città di Fiume.

Ha pubblicato innumerevoli racconti e favole per ragazzi (su “Il Pioniere- Arcobaleno” di Fiume e, in traduzione, su molti giornali per l’infanzia in Jugoslavia), destinando ai piĂą giovani anche tre romanzi »I ragazzi del porto« (1954, edizioni serbocroata e macedone nel 1957 e 1964); »Quelli della piazzetta« (1968); »Mini e Maxi«(1976) – ed alcuni testi teatrali portati sulle scene a Fiume ed a Pola: »Avventure spaziali di un orso di pezza«, 1968; »Operazione filtro magico«, 1972; »Mini e Maxi, operazione terr«a, 1974; »Gigetto nel paese dei palloncin«, 1975. Altre sue prose narrative ma anche liriche e sillogi di liriche sono apparse su varie riviste e giornali, nonchĂ© nei volumi XIV, XV, XVI, XIX e XXII di “Antologia delle opere premiate” ai concorsi Istria Nobilissima.  E’ venuto a mancare nel 2020.

Appassionato alpinista, ha scritto racconti, reportage giornalistici e saggi sulle sue numerose imprese e scalate alla conquista delle piĂą importanti vette europee e mondiali.

Da “Racconti dignanesi” (Collana Biblioteca Istriana, UIIF-UPT, LINT, Trieste, 1981)

Campana a morto

Fra poco non ce l’avrebbe fatta più a frenare le lacrime e le imprecazioni. Per questo doveva cercarsi un posto tranquillo, un posto dove potersi sfogare. Non voleva che qualcuno la vedesse piangere. Nessuno doveva vederla piangere. I “Turisti” per casa che bevevano spillando il vino direttamente dalle botti, come se fossero padroni, lei a servire tutti, a rompersi la testa per dar da mangiare a tutti, la carne ogni giorno, e il pane da impastare e da portare al forno anche due volte al giorno, mentre i lavori dei campi restavano indietro in quanto lei non poteva badare a suo marito e agli uomini che venivano a giornata.

(…)Le calli erano ingombre di automobili e i pochi carri che passavano non ce  la facevano più a scansarle con gli asini che s’incarognivano spaventati. Non c’erano più gli odori antichi nell’aria del suo paese, non c’erano i discorsi antichi e le antiche preoccupazioni. Ed i pochi che passavano con le bisacce sulle spalle o a cavallo d’un asino, erano sempre più curvi, più avviliti e stanchi per la terra che andava in malora. La terra che gli antichi avevano rubato ai sassi, palmo a palmo, quella terra che avevano trasportato a braccia dentro le conche, ritornava ai sassi e ai rovi (…).

S’era alzata alle prime luci dell’alba anche quella mattina. Mentre s’era fatta la treccia, se n’era rimasta per qualche tempo a guardare fuori dalla finestrella della soffitta i campi che il sole indorava. Inutilmente una brezza fresca e leggera aveva portato l’odore dell’erba bagnata e della rugiada: le foglie degli alberi s’erano accartocciate per la gran siccità, negli orti s’era seccato tutto, anche le piante dei pomodori. Per questo ella aveva sospirato contrariata nel vedere nel cortile la grande chiazza umida.  La cisterna era quasi vuota, ma quegli incoscienti avevano ancora una volta sprecato l’acqua per lavare le automobili. Con un sordo brontolio aveva rinchiuso la finestrella, aveva scavalcato il figlio e il marito che dormivano, s’era avviata giù per le scale massaggiandosi le braccia indolenzite.

Sul pianerottolo s’era fermata: dalla camera sua e dalla camera del figlio giungevano strani odori dolciastri e oleosi, sconosciuti. Non erano quelli i buoni odori della sua casa. Erano odori ostili, stranieri, che la mettevano addosso ansia e preoccupazioni inspiegabili e quel rancore che non poteva reprimere.

Giù nello stanzone della cantina, che d’estate per la frescura diventava una specie di cucina, aveva trovato il disordine di ogni mattina: boccalette semivuote, bicchieri rovesciati, fette di pane sbriciolate, croste di formaggio, chicchere con fondi di caffè sulla tovaglia sporca. Aveva spalancato la porta per far entrare l’aria e disperdere così l’odore della cicche lasciate cadere sui piatti.

Piaceva a Maria al mattino, starsene nel cortile e mettere il capo dentro la stalla a ricevere il saluto dei muli, andare a punzecchiare il maiale nello stabbio per vedere quanto fosse cresciuto, staccare qualche foglia secca dalle piante dei gerani, puntare qualche tralcio della vite selvatica che ombreggiava l’uscio della cantina. Ma da qualche giorno non aveva più tempo per queste cose. Bisognava correre subito in cucina e darsi da fare per impastare il pane in modo che avesse da entrare nella prima infornata. I “turisti” che si alzavano alle nove, erano sempre affamati e poi doveva preparare le borse perché potessero partire subito: andavano ogni giorno a fare il bagno a Fasana…

Non aveva dunque tempo da perdere. Tuttavia quelle prime ore del mattino erano ancor sempre le piĂą belle. Mentre aspettava che il pane lievitasse sotto la coperta, poteva sbrigare un mucchio di faccende senza avere alcuni tra i piedi. Trovava anzi il tempo di sedersi un attimo a mangiare in pace una scodellona di pane raffermo inzuppato nel caffelatte come piaceva a lei. Per questo era rimasta non poco interdetta quella mattina quando, entrata in cucina, vi aveva trovato sua cugina seduta accanto al tavolo, giĂ  vestita e pettinata. Senza guardarla aveva mugugnato un saluto a mezza voce e poi, levata la tovaglia dal tavolo, ci aveva messo sopra la farina ed il lievito.

S’era mossa rapidamente. Le sue mani esperte s’erano immerse senza esitare nell’intruglio che s’era andata rassodando pian piano. Sua cugina aveva seguito i suoi gesti con apatia, tutta stretta ed infreddolita. Per questo l’acredine ed il rancore che le covavano in petto, s’erano accresciuti a dismisura. Ma tanto, che valeva? Nessuno in casa s’era accorto dei suoi crucci, forse anche perché aveva continuato ad andare e venire, a brigare e sfacchinare senza dire una parola. No, nessuno s’era accorto dei suoi rancori, che si manifestavano solo in lunghi ed imbronciati silenzi.

Ma s’era sbagliata e lo poté constatare subito quella mattina quando, improvvisamente, sua cugina aveva cominciato a dire:

          Che cosa ti sta accadendo, Maria?

Lei s’era subito inalberata. Aveva guardato sua cugina negli  occhi ed aveva risposto aggressiva:

          Che cosa dovrebbe accadermi?

          Non sei più tu. Non sei più quella di sempre ed io ne so la ragione. Ti capitiamo in casa ogni anno, ti facciamo faticare, spendere anche, tanto. E…

Sua cugina s’era interrotta. Era parso che, ad un tratto, non avesse saputo trovare più il filo del discorso che di certo doveva aver preparato da qualche tempo.

Ella non aveva fiatato. Gli occhi bassi aveva continuato a maneggiare la pasta, vigorosamente.

Dopo un po’ sua cugina aveva ripreso a dire su un altro tono:

          Vorrei che tu capissi, Maria, quanto ci è necessario ritornare ogni anno. Quando è necessario a me almeno. Da quando sono andata via non faccio altro che pensare alle altre cose che ho lasciate qui, alle piccole cose, stupidaggini magari, ma che paion fatte apposta per riempire la vita. La mia vita che ad un tratto s’è interrotta. Ho dovuto incominciarne un’altra, tanto diversa. Tutto un anno penso all’istante in cui, dalla discesa di Valle vedrò spuntare il campanile, tutto l’anno aspetto il momento in cui vedrò venirmi incontro gli ulivi lungo la strada, poi il paese tutto intero, questa casa dalle mura tanto spesse. Ogni cosa ha un significato, ogni oggetto un ricordo, ogni angolo… Non so dirle certe cose, non si possono dire. Ma tu devi capirmi ugualmente, devi.

Sua cugina s’era interrotta un’altra volta e quindi, vedendo che lei continuava a rimanere muta ed ostile, s’era alzata, era uscita.

Fuori aveva rimestato un po’ nella cantina e, dopo, aveva fatto cigolare la catena della cisterna. Quand’era rientrata teneva tra le mani un vasetto verde. Dentro ci aveva messo due papaveri. Mentre cercava un posto dove sistemarlo, aveva detto:

          Quand’ero bambina mettevo sempre i papaveri in questo vasetto. La mamma lo aveva comperato alla fiera di San Biagio.

Maria non aveva saputo controllarsi ed aveva risposto sgarbata:

          Quel vasetto te lo puoi portare via.

Sua cugina l’aveva guardata sgomenta e poi aveva risposto rassegnata:

          Sì, il vasetto me lo potrei portare a Torino, ma lì non ci crescono i, papaveri, o se ci crescono non assomigliano a quelli che fioriscono lungo la masiera, anche quando c’è tanta seccura come quest’anno. Capisci? Non assomigliano ai papaveri che fioriscono qui.

Dopo, tra loro era caduto un lungo silenzio. L’una s’era messa a sedere compunta, l’altra aveva continuato ad impastare vigorosamente, le maniche rimboccate ed il sudore che le colava dalla fronte.

Soltanto quando Maria aveva preso il coltello per poter tracciare la croce sull’impasto sua cugina s’era alzata. Le aveva fermata la mano e le aveva chiesto:

          Ti prego, lascia che faccio io.

La testa appoggiata al cipresso, gli occhi socchiusi, Maria assaporò a lungo gli odori della terra. E incominciò a piangere.

Dapprima le lacrime vennero giù silenziose, ma dopo un po’ il pianoro proruppe in singhiozzi disperati, in singulti che le laceravano il petto. Avrebbe voluto dare una ragione a quel rancore che provava per i cugini e che negli ultimi tempi sera ingigantito. Sarà stato per il vino che spillavano, d’accordo, per il prosciutto che mangiavano senza parsimonia, per il letto che le rubavano, per le sfacchinate… anche per la paura che avessero un giorno a pentirsi di quello che le avevano dato. Ma ci doveva essere anche un’altra ragione. Lei lo sentiva che c’era qualcos’altro di indistinto che si celava giù giù nel recondito del suo animo. Qualcosa della  quale lei non sapeva rendersi ragione, qualcosa alla quale lei non riusciva a dare una forma. Anche per questo pianse disperata: con i pugni serrati al petto pianse a lungo e tra le lacrime ed i lamenti ci furono maledizioni ed improperi. Solo così il groppo che s’era tenuto in petto poté sciogliersi.

Una volta sfogatasi si trovò debole e perduta, così ridicola seduta per terra al buio, sull’erba bagnata, con la schiena appoggiata al cipresso. Guardò le stelle per qualche tempo. Il carro, il rastrello, la croce, la bilancia. Ne vide due scendere con una lunga coda e spegnersi. Si ricordò che era vicina la festa di San Lorenzo, una festa d’altri tempi, che non si faceva più… Si  asciugò le lacrime, s’alzò in fretta. Si riassettò il vestito e fuggì dal boschetto dell’Agricola come se fosse stata inseguita.

Una volta sulla strada prese a camminare spedita, tranquilla, come se nulla fosse accaduto. La sua mente era sgombra e lucida. Le erano bastati quei pochi minuti, solo con se stessa, per ritrovare il suo equilibrio. I “turisti”, suo figlio, suo marito, la casa, le brighe… mah! Forse tutto si sarebbe sistemato.

S’avviò verso la Calnova.